Ivan Illich su Leopold Kohr

{da "La città a dimensione umana", di Leopold Kohr, 1992, Ed. Red}

Prefazione di Ivan Illich


Ho conosciuto Leopold Kohr dieci anni prima di arrivare a capirlo, quando tutti e due eravamo appena arrivati all'Università di Portorico. Per anni, in facoltà e all'Ufficio pianificazione abbiamo letto i suoi scritti e la sua rubrica fissa settimanale, e abbiamo scambiato la sua saggezza eccentrica per le deliziose sparate di un utile rompiscatole. Nessuno di noi capì allora che Kohr si stava impegnando in un'analisi dimensionale della realtà sociale e ci spronava costantemente verso un senso della proporzione e delle dimensioni che, nello sviluppo di progetti concreti, risultava una guida molto più valida delle misurazioni quantitative considerate indice di progresso.
A distanza di anni è triste voltarsi indietro a guardare l'ultimo ventennio di storia di Portorico e ricordare il tempo in cui le proposte sensate e realistiche di Kohr avrebbero ancora potuto minimizzare i problemi dell'imminente cancro industriale, dando priorità alla bellezza e alle capacità di realizzazione individuali, piuttosto che all'efficienza statistica; quando la scelta di insediamenti ad alta concentrazione di popolazione nel mezzo di un traffico a bassa concentrazione non era ancora stata completamente esclusa dallo spesso strato di cemento che ha ora ricoperto il miglior suolo di questa isola tropicale. Oggi le proposte di Kohr riecheggiano in un ambiente che è diventato la vetrina mondiale di un progresso industriale pianificato in modo burocratico, e della distruzione progressiva dell'individuo. Oggi, quello che allora era lo slum di La Perla, inserito nella conca del centro storico di San Juan, non può più essere recuperato: i suoi abitanti sono diventati degli esiliati nelle loro case colme di nuovi gadget e sono stati istruiti ai più alti livelli mondiali di incompetenza specializzata. I suggerimenti di Kohr sono ora un richiamo a capovolgere il processo di modernizzazione subito dalla povertà portoricana, e una sollecitazione a fondare qualsiasi istanza di liberazione sulla dis-illusione, sul distacco e sul disinvestimento.
Quando, non molto tempo fa, ho riletto questi articoli, scritti per due giornali locali di una capitale dei Caraibi da un professore austriaco che ora insegna presso un'università gallese, ho ripensato a quel tempo lontano quando lo vedevo spesso seduto sulla sua terrazza tra i banani e ho frugato ancora una volta in quell'angolo della mia biblioteca messicana dove ho ammucchiato i rapporti che nel frattempo sono stati scritti su Portorico da burocrati, ispettori sociali e alcuni poeti. Ho trascorso la sera cercando di immaginare che cosa questa strana accozzaglia di libri potrebbe dire, a delle persone lontane, di quell'esperienza unica attraverso la quale è passata la gente di Portorico durante gli ultimi due decenni. Ho sfogliato le indagini indiscrete di studiosi americani di scienze sociali i quali, per anni, difficilmente avrebbero fatto carriera a Yale o Cornell senza condurre ricerche sul campo sulle cavie tenute in questa isolata colonia americana. Mi sono ancora una volta meravigliato davanti a libri scritti per mere operazioni di promozione personale, con i quali più di un professore universitario, ora famoso, si è fatto soldi e reputazione sulla Madison Avenue accademica; mi sono perso negli smilzi volumi di versi angosciati, balbettanti nei rimasugli di una lingua madre avvilita dall'inglese parlato a scuola e alla televisione. Mi sono reso conto che le situazioni sociologiche degli anni Cinquanta sono svanite, che l'entusiasmo per il progresso statistico si è affievolito e che la lingua dei poeti che cantavano l'indipendenza per un popolo, metà del quale è cresciuto negli slum di New York, resterà incomprensibile per quasi tutti coloro che non sono nati qui.
Ho ripreso in mano le pagine di Kohr e mi sono sentito doppiamente grato del fatto che egli abbia steso i suoi scritti professorali, diretti a una situazione quanto mai specifica, perché siano pubblicati in una forma accessibile anche al lettore comune. Questa dissertazione su una pianificazione urbanistica alternativa consente al lettore di avere una visione del ventre molle del progresso di Portorico dalla prospettiva di un economista-filosofo. Permette anche all'autore di ricordarci scherzosamente di essere stato un buon insegnante. Leggendo queste pagine mi sono sentito imbarazzato a constatare che i valori della piccolezza, del policentrismo, di un decentramento efficace, della de-professionalizzazione, della decelerazione e della strutturazione autonoma che la nostra generazione è andata 'scoprendo' erano stati altrettanto chiaramente, e molto più umoristicamente, espressi da Kohr, prima che comprendessimo che cosa stava insegnando.

Centro interculturale di documentazione
Cuernavaca, 1976



La città a dimensione umana

{stralci di Marco Sicco da Leopold Kohr, 1992, op. cit., pagg 37-39, cap. "La metropoli polinucleare"}

(...) In primo luogo, una città ben progettata deve essere una federazione di piazze, e non una successione asmatica di strade prive di ossigeno. Solo introducendo un sistema di piazze, che duplica, invece di centralizzare, le funzioni della vita cittadina, è possibile diffondere, disperdere e diminuire la pressione del traffico, di solito aumentata dalla caratteristica di strettoia delle strade.
In secondo luogo, come una città ben progettata deve essere una federazione di piazze, così una metropoli ben progettata deve essere una federazione di città. Per ottenere questo è necessario concedere una buona dose di autonomia ai distretti, circoscrizioni o arrondissements che la compongono. Perché solo un'organizzazione autonoma può offrire a livello locale l'insieme dei servizi essenziali di una comunità. E solo se tali servizi sono erogati localmente i cittadini potranno avere un incentivo a stare dentro i confini del loro distretto, invece di intasare le strade allo scopo di cercare in lontani centri metropolitani quello che hanno a portata di mano. Pertanto, a livello di conurbazioni più grandi, la soluzione consiste nel sostituire l'attuale metropoli mononucleare, con un unico centro, mediante un sistema polinucleare multicentrico. Limitando la partecipazione sociale degli abitanti, persino all'interno di una città immensa, quasi esclusivamente ai quartieri di residenza, questa soluzione ha l'ulteriore vantaggio non solo di restituire all'uomo l'umanità delle proporzioni, ma di fornirgli anche un ambiente trasparente che può essere colto in tutto il suo significato dalla sua piccola statura. Perché, parafrasando la definizione aristotelica delle dimensioni ideali di uno stato, il proprio quartiere è l'unico abbastanza piccolo da "poter essere compreso con una sola occhiata".
In terzo luogo, come una metropoli deve essere una federazione di città, una nazione che goda di buona salute deve essere una federazione di capoluoghi di provincia o città-stato dotati di ampia autonomia, come descrivo più diffusamente nell'ultimo capitolo di questo libro. La pressione del traffico metropolitano, infatti, aumenta non solo dall'interno di una città come conseguenza dell'integrazione urbana, ma anche dall'esterno, come risultato dell'interdipendenza economica tra la capitale e le province derivante dall'integrazione nazionale.
Da ultimo, per assicurare la sopravvivenza dello schema cellulare assorbi-traffico nel contesto di un sistema federativo largamente autonomo, non è sufficiente concedere alle piazze di una città, ai distretti di una metropoli e ai comuni e alle regioni di una nazione una buona dose di autonomia politica ed economica; si deve garantir loro in grande misura anche l'autosufficienza conviviale ed estetica. Perché quello che tiene gli abitanti ancorati al loro quartiere è, in ultima analisi, non l'economia ma l'estetica, non la ricchezza ma il piacere, non la ragione ma il sentimento, non l'industria ma la bellezza. E, in una prospettiva urbana, la bellezza deve manifestarsi non solo negli edifici di una città, ma anche e in primo luogo nella struttura organica del suo ambiente conviviale.
Tutto ciò si dimostrerebbe proibitivo se comportasse la necessità di abbellire ogni angolo e dettaglio di una città. Ma, come ho accennato nell'Introduzione e come chiarirò nei capitoli seguenti, quello che occorre non è tanto una pianificazione globale, quanto un processo che si può chiamare disseminazione nucleare o polinucleare. Con questa espressione si intende l'inserimento, nei distretti autonomi di una metropoli e nei comuni delle città-regione di un intero paese, di un nucleo di strutture (chiese, taverne, sale consiliari) determinate da istanze estetiche e conviviali anziché economiche. La natura diversificata e l'aspetto piacevole di questi nuclei consentiranno loro di resistere alla pressione inevitabilmente centralizzante e, pertanto, causa di traffico, delle città capitali, il cui sviluppo storico, affidato alle mani sensibili dei maestri del passato, si è tradotto in un tale monopolio di attrazione conviviale che nessun incentivo a favore dei sobborghi o delle città di provincia è in grado di contrastarlo.


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