Ringrazio Don Silvio (recentemente scomparso), per avermi contagiato d'amore per il sapere pratico
e per le caratteristiche tipiche della nostra terra. Premetto che qui si parla di 'dialetto' ma per me
(e, non bastasse, per Dante - e per diversi linguisti) ogni 'dialetto' è Lingua. Altrimenti la lingua italiana sarebbe dialetto,
in quanto corrispondente al 'dialetto' senese-fiorentino, che invece è Lingua, ne consegue quindi che tutto è Lingua.


Ti veu scrive in ...Zeneize?

{Da: Ti veu scrive in dialetto?, di Silvio Ravera,
Ed A.V.L. - Liguria, appunti di Marco Sicco}


Consonanti:

1) La "c" può avere la cediglia "ç" e in tal caso si pronuncia come la "s" dolce italiana (sentire, sosta) e si mette solo davanti alle vocali "i, e". Un tempo la si usava anche doppia (braççe), ma oggi si preferisce, quando è doppia, sostituirla con due "s" (brasse). (...) Ecco una regola pratica che non ha quasi eccezioni: le parole che, in italiano, hanno la "c" le scriverete usando "ç" (città = çittae; cena = çenn-a), mentre le parole che, nell'italiano, hanno la "s" la scriverete con la "s" (sentire = sentì, sestina = sestinn-a).

2) La "g", come in italiano, può essere seguita da una "l". Mentre però, in italiano si danno due pronunce - una dolce (figlio) e una dura (glicine) - in dialetto non abbiamo la "gl" dolce, che si trasforma normalmente in "gg" dolce (figgio, coniggio); quanto alla "gl" dura, si usa per le parole che mancando di un corrispettivo, vengono 'dialettizzate' (anglican).

3) La "h" si usa nei seguenti modi: "che" (sia come congiunzione che come pronome); "chì" (avverbio di luogo): nelle esclamazioni (oh!); nel "ghe" (pronome e avverbio di luogo); si usa infine nelle declinazioni del verbo avere: "mi ho, lê o l'ha". In quest'ultimo caso, non pochi preferiscono usare l'accento e non la "h", anche per evitare incontri eventuali fra due "h" (a cometa a gh'ha a côa).

4) L'unica cosa da dire circa la "m" riguarda la sua collocazione davanti a "b" e "p"; segue l'uso italiano nella grafia; non nel suono, giacché si pronuncia come se fosse "n" (banbin, tenpo).

5) Circa la "n", tre osservazioni: è l'unica consonante che, in dialetto, ha l'onore di concludere una parola. Se si tratta di parola che è declinazione verbale, la "n" può esser sostituita dall'apostrofo (me so' averto a porta); se invece di voce verbale si tratta della preposizione "con" seguita da articolo (vocale), la "n" viene sostituita da una lineetta che la lega a questo (co-a chitära). Ci sono, infine, parole con doppia "n"; alcune vengono pronunciate come in italiano (cabanna, scannâ), altre invece prendono un caratteristico suono che viene indicato facendo seguire alle due "n" una breve linea (Sann-a, bonn-a). Per riuscir bene a fare questa pronuncia, si dica la parola fino alle due "n" comprese e poi si pronunci staccata la vocale che segue, ma lasciando il minor intervallo possibile.

6) Il nostro dialetto ha poca propensione verso la "r": appena può la elimina. Il nostro Gabriello Chiabrera - ma, fino a cent'anni fa, altri dopo di lui - usava la "r" in molte parole dalle quali, oggi, la si è quasi ovunque eliminata: scriveva, ad es. "aura" invece che "òua", "dra" al posto di "dä", "mi dirò" invece che "mi diö"; ci sono tuttavia zone della Liguria in cui la "r" antica non è stata tolta (de fêura - dicono poco lontano da Savona). Che se questa benedetta "r" non si riesce a metterla fuori casa perché la parola ne resterebbe troppo deformata, allora la si strapazza: ora spostandola in avanti quasi per levarsela subito dai piedi (drento, arvî, vrëdo - in qualche luogo), ora mandandola indietro quasi per umiliarla (bertelle, lerêuio, pedornâ - locale).

7) La "s" può avere, come in italiano, il suono dolce (casa, reusa), oppure quello aspro (sesto, çestin). Non esistono regole a cui rifarci per la pronuncia se non il riferimento (con eccezioni) all'italiano; non si tratta di servile sottomissione, ma del fatto che ligure ed italiano si rifanno alla stessa matrice e cioè il latino. Mi direte che vi interessa sapervi regolare anche quando vi trovate davanti alle eccezioni. Avete ragione e vi rispondo che non c'è altra soluzione che consultare un buon dizionario: io faccio ampio usa di quello del Frisoni. Attenzione: se alla "s" segue la "c", la pronuncia è uguale a quella italiana (cascia, sciva), ma se alla "s" seguissero due "c", come la mettiamo? Anche in questo caso, come per la doppia "n", diventa necessario ricorrere alla preziosa lineetta che divide praticamente in due la parola e pronunciare staccate la "sc" dalla "c" seguente (sc-ciêuppo, sc-ciappâ); per questo io suggerisco di adoperare sempre il trattino: sono anch'io per le semplificazioni, ma in questo caso ritengo che esso torni a proposito.

8) Analoga , per certi aspetti, alla situazione della "s" quella della "z". Tanto per cominciare, non viene mai pronunciata dura (come nell'italiano: zizzania), ma ha gli stessi due suoni della "s" italiana: 'aze' si pronuncia come 'asino'. Di dà così il caso che le parole 'azion, canson' si pronuncino ambedue (questo è solo un esempio) con la "s" di 'sale, sete'. (...)

9) Terminiamo la sfilata delle consonanti con la "x" che si pronuncia come la "j" francese, cosa che non ha riscontro con la lingua italiana, dove la "x" ha il suono di "cs" (xilografia).



Vocali:

Prima di iniziare il discorso sulle vocali, faccio cenno ai segni che le accompagnano e che sono gli accenti grave, acuto, circonflesso, a cui si aggiungono dieresi e apostrofo. Il grave rende aperta la vocale, l'acuto la rende stretta, l'apostrofo elide l'incontro poco gradevole di due vocali, il circonflesso, oltre a strascicare la parola, serve a 'francesizzare' la "u"; infine, la dieresi raddoppia praticamente la vocale.

1) La "a" dovrebbe pronunicarsi come nell'italiano; tuttavia in non poche località, ha un suono così stretto da apparir come una "o" aperta (scòrpa per scarpa, andò per andâ). La "a" unita alla "e" forma un dittongo che si pronuncia come una "a" aperta (moae, stae). Quando la "a" termina una parola tronca prende l'accento grave (cà, abbreviaz. di casa). Secondo regola, la "a" viene strascicata dal circonflesso (dâ, mangiâ) e raddoppiata dalla dieresi (cä, mampä).

2) Sulla "e" si pongono in abbondanza sia gli accenti grave e acuto (ò lètto, a léttia), sia il circonflesso e la dieresi (i pê dè pëgoe). La "e" entra in dittongo con la "u" prendendo il suono dell'analogo francese; soltanto, che noi usiamo mettere il circonflesso sulla "e" (bêu), cosa che, in verità, non sembra giustificata giacché non ci sono eventuali complicazioni da evitare. Qualcuno, al posto di "eu", ha cominciato a mettere 'tedescamente' "ö" (...)

3) La "i" vuole l'accento acuto nelle parole tronche (coscì), il circonflesso per le strascicature (finî), la dieresi per i raddoppi (gïo), secondo norma. Non, però, secondo norma è la sua mansione di ...donna di servizio, che a volte le compete; infatti, quando vogliamo dare a "c" e "g" un suono dolce davanti alle vocali "a, o, u", vi infiliamo in mezzo la povera "i", che poi quasi non pronunciamo (ciassata, ciucco, ciöma).

4) La "o" porta tutti e quattro gli accenti, anche se quello grave (fò, baxeicò) è poco usato; come ho detto, da molte parti viene pronunciata come "o" aperta la "a": attenti a non sbagliarvi nello scrivere! È invece assai usata la "o" stretta, come se avesse l'accento acuto, anche se questo di fatto non vien messo (ostaia, onestae). L'accento acuto viene usato anche là dove si danno parole tronche (ronfó, rondó) ; talvolta vien posto sulla "o" per poter distinguere due parole uguali e tuttavia con diverso significato ('botte' che significa botte per il vino, e 'bótte', vale a dire percosse); infine, vien posto facoltativamente là dove aiuta a capire l'accentuazione di certe declinazioni verbali particolarmente complicate (pórtighela). La dieresi è particolarmente preziosa sulla "o", per distinguere alcune preposizioni articolate da nomi eguali nello scritto e molto simili nella pronuncia (lö = loro, lô = lupo, cö = col, cô = colore, dö = del, dô = dolore). Ci sono alcuni che usano l'accento grave, altri quello circonflesso, altri nessun accento se la "o" si trova in dittongo con la "u"... Sono stato a lungo incerto anch'io; oggi penso che la miglior soluzione sia quella di mettere il circonflesso sopra i nomi, come fa il Frisoni nel suo dizionario, e il grave sui participi passati della prima coniugazione (che troveremo fra poco): si avrà, perciò, cacciôu = cacciatore e cacciòu = cacciato; pescôu = pescatore e pescòu = pescato; ballôu = ballatoio e ballòu = ballato. Tuttavia, il vero problema della "o" sta nel fatto che, anche senza accenti, viene pronunciata, ora come la "o" italiana ed ora come la "u" (almeno in ampi territori del genovese e del savonese). Quando usare "o" e quando mettere "u"? Riporto il procedimento empirico suggerito dal dotto Petruccci: "Se si deve scrivere una parola nella quale è presenti il suono della "u", è bene guardare alla grafìa della corrispondente parola italiana (quindi di comune derivazione latina). Per esempio, se la parola è 'porto', che in genovese si pronuncia 'portu', ecco che abbiamo la conferma che la "u" corrisponde a "o" perché in italiano è 'porto'; se la parola è 'punto', pronunciata 'puntu', abbiamo la conferma che la prima vocale è "u" e la seconda "u" (...).

5) Veniamo alla "u". Se pronunciata all'italiana, si scrive senza accenti (funzo, zunta), se pronunciata alla francese viene accentata col circonflesso (mū, zuntūa). Come ho già detto, mentre l'accento circonflesso serve a strascicare quattro vocali, ha per quest'ultima lo scopo di modificarne la pronuncia. Tuttavia, anche qui nasce un pasticcio: quando la "u", oltre a richiedere il circonflesso perché 'francesizzata', volesse la dieresi, oppure uno dei due accenti, in tale caso quale soluzione si deve prendere? Per esempio quando debbo tradurre la parola "più", a rigore dovrei mettere l'accento circonflesso, che 'francesizza' e quello grave a troncare la parola, quindi "ciū" (
Ravera qui sovrappone all'accento "ciù"; io non saprei come riportarlo, ndr) quando io traduco "cura" dovrei metter oltre alla dieresi anche il circonflesso: "cūa" (sovrappone a "cüa", ndr). Per me, la soluzione pratica è questa: scartata la complicata sovrapposizione dei due segni, si segua il vocabolario e nel caso che vi manche la voce - come accade se si tratta di declinazioni verbali - ognuno scelga la soluzione che crede più opportuna; se sbaglia, non è grave errore. Cari ragazzi, finché il nostro dialetto non diventerà lingua ufficiale con tanto di regole imposte dai linguisti (e chissà che un giorno non si arrivi a certe autonomie, pur facendo salva l'unità dell'amata patria e della sua lingua ufficiale) è inevitabile agire così...

6) Dico ora una parola sulla "j". Ci sono alcuni che la adoperano, scrivendo nel nostro dialetto; entra, comunque, soltanto nei trittonghi (primaveja) e nei quadrittonghi (sguajou). Io suggerirei - in base alla saggia regola del semplificar le cose - di mettere al suo posto la "i", di cui ha il suono; anche in italiano la "j" ha fatto il suo tempo (...)


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