Tratto dall'album "De Carellis" (1992) di Enzo Carella.
{Grazie a Edmondo Barbero per la trascrizione}
Così si fanno i dischi, disgraziatamente... una disgrazia capitata al suono,
agli strumenti (guitarre azzoppate, tastiere martoriate dal cavadenti,
trumpette barrite da un sorcio scherzo di natura proboscidato,
locomotive che zufolano precipitando...)
Così si fanno i dischi, sciaguratamente, senza mettersi in posa
come le statuine del minuetto, il cicisbeo, il neo... questo azzurro sofà
là collochiam... senza nemmeno farne una questioncella piattamente
rivoluzionaria... canzoni... Oritia... o Clori... o Nice... incipriate,
vecchiette e imbellettate, io vi bramo ed anzi, sol per questo forse,
io v'amo ! Tal dei tempi in costume!... Si mette in posa soltanto chi in posa
ci resta per sempre... canzoni, son anni che fate le serve ai vostri protervi,
arroganti signori, avete prodigato fedeltà, sudori, la forza dei vostri nervi,
l'anima, la mente e, quasi non bastasse, la vita... o tutto quello
che non vale la pena d'esser vissuto, messo in musica, detto con parole
che, fuor del canto, sarebbero offensive se rivolte a un cecelesso,
a una lisca di pesce... canzoni... non è più aria... Il cantante finalmente
gracida, tira su col naso, guaisce, starnutisce, miagola, pigola,
ha i conati, gli sturbi, il singhiozzo, il rospo, le ali... ha sperperato le dita
di tra le corde di tutte le guitarre in questo disco come tra i capelli
di pazze inafferrabili e roche, torve, cupide, assatanate ma anche capaci
di mitezze, dulcis in fundo, nettari... Costui non suona, non tocca
il guitarrino bensì raspa, si spezza le unghie sulla lavagna di un accordo cupo
con stridore... costui cincischia, mischia le carte musicali, zappa,
inchioda, pialla, frulla, spenna la gallina... e succia l'ovo sentimentale
dopo averlo trafitto con lo spillone di un'appuntita scapestreria...
La voce è lo sbriciolio di un mattone, una cicala alla quale è apparso
San Venceslao, una lima, un trattore lontano, lo srotolìo di un gomitolo
di sabbia, il raspare di un botolo su una porta serrata per sempre, il gocciare
di una grondaia, il gorgoglìo intestino di un tenore sofferente di afonia...
ne risultano suoni, rimbombi, ombre vocali, mugugni sciagurati, teppisti,
ganzi, fii de 'na mignotta, persuasivi come i pentimenti di un ladro di nuvole
condannato alla sedia a vapore... I suoni, i suoni, i benedetti suoni,
er mixage der casino stromentalem l'arrangiamento, l'arazzamento de li mortacci sua
de 'sta mòseca... T'odio, casa dorata! L'immagin sei di un secolo
(quarc'anno) fasti splendori, orgoglio di Re Sole (eppur si muove
esso, er sole)... regno di Cortigiane, tu, Luigi Lo Turzo... La macelleria
finalmente applicata all'arte recordista, al mischiamento, alla confettura,
al mescolo della broda, della pappa... della prima nota alla frittata finale
del disco... sonato, tambureggiato, scampanellato e cantato in un retrobottega
di scannatori, di incordatori di budella, di boia d'agnelli, di castratori
di vocali e sbucciatori di principesse del pisello, di porchettari d'Ariccia,
di dissertori che applicano la schiettezza dell'ascia alla perlustrazione
di virginali corpi armonici... Le tastierine, gli organetti sono sfiatatoi,
ugelli di scarico, peti di fantasma, cloachette, marranelle che scorrono
tra passeggini scheletriti a ruote in su, frigoriferi a bocca aperta
di contro un azzurrissimo cielo, lavatrici che son capocce di ciclope cecato,
tavole da stiro reduci dalla rovina infinita di Troia... Non facciamo la bella
musichetta, per favore, non facciamo i vaghi dami in seta ed i merletti...
sdereniamoci, cara la mia mòseca lieve, leggera... la cansiòn sia finalmente
lo svago dei tipetti come Barbablu a braccetto con la saponificatrice
o le varie signore dame rosse bianche verdi, corsare... sia sul serio
dedicata alla memoria, al minimo piacere che provochi una smossa, una ghigna,
un tremolar di mignolo, un segno da parte dei nostri cari morti,
che Dio gli voglia bene... non fiori rocici o in infusi nel clisteri
musical-convinto, vocazionale, volontaristico, crocerossino (dopo ogni ascolto,
stavamo meglio prima) ma indecisa disillusione che non sà d'essersi illusa
di disilludersi... disincanto incantato di sé... consolazione d'essere
almeno sconsolati... oltre la stronzissima pedanteria di dire qualcosa...
Vuoi dirmi che cos'è l'amore ? Non me lo dire, lo han già detto in cento
e ancora io non lo so... non me lo dire, siilo...
Tutto questo avrebbe potuto essere un'altra cosa... ma anche voi avreste potuto
essere altri da voi... canzoni... fissa è la vostra sorte, razza leggiadra e rea...
figlio di servi e servo, qui - giudice in livrea - ti grido:
È giunta l'ora della Morte...
Così si fanno i dischi, disgraziatamente... questo è quanto, la grazia è
questa.
De profundis Carella
De Carellis Clamavi