L'attuale A.C.N.A. (chimica organica - Gruppo Montedison) ebbe origine nel 1882 con l'insediamento
a Cengio di una piccola fabbrica di dinamite (SIPE). Sin dall'origine l'insediamento mostrò
gravi elementi di contrasto con l'ambiente e la salute pubblica. Nel 1909 si dovettero chiudere
i primi pozzi dell'acquedotto municipale su ordinanza del Pretore di Mondovì. Si andava, quindi,
già evidenziando una delle più singolari peculiarità di questo insediamento: la fabbrica
sulla riva destra del Bormida di Millesimo in territorio ligure, ma a ridosso del confine
con quello piemontese: il fiume, che in liguria nasce e viene inqunato, subito scorre
nella valle piemontese, trasportando e diffondendo il proprio carico di nocività e degrado.
Nel corso della prima guerra mondiale la fabbrica occupò circa 5000 addetti.
Già nel 1916 nel Consiglio provinciale di Cuneo vennero portate le proteste delle popolazioni
danneggiate dall'inquinamento. Nel 1922 la fabbrica tacitò in via monetaria i reclami
delle popolazioni a seguito dell'inquinamento dei pozzi. Negli anni seguenti la SIPE
diventò ACNA Montecatini, produttrice di intermedi per coloranti e per farmaceutici.
Nel 1931 gli operai erano 717. Nel periodo compreso fra la guerra d'Africa e la seconda
guerra mondiale riprese la produzione di materiali esplosivi, incrementando l'occupazione
fino a 2431 addetti.
Nel 1938 circa 600 contadini citarono l'ACNA per i danni causati dall'inquinamento idrico
e atmosferico. L'interminabile processo che ne seguì si concluse nel 1962 con l'assoluzione
dell'ACNA e la condanna dei contadini al pagamento delle spese processuali. Stessa sorte
toccò alle denuncie contro l'ACNA da parte di vari Comuni, sindaci e della Provincia di Asti.
Nel dopoguerra la vicenda si snodò fra chiusure di pozzi, acquedotti, proteste e arresti
dei Valligiani. In questi anni l'inquinamento e il degrado del territorio divenne tale
da permettere la creazione nel 1964 di una commissione interministeriale per lo studio
e la risoluzione del problema della Bormida. La commissione venne sciolta nel 1966
ed il problema demandato ad altra commissione. L'ACNA seguì anche la strada di massicce
assunzioni fra i contadini della vallata al fine di rendere "socialmente compatibile"
la fabbrica: nacque così la figura dell'operaio-contadino, che accettava un inquinamento
ambientale in cambio del lavoro magari nocivo.
Dal 1950 l'occupazione fluttuò fra i 1600 e i 2000 addetti, con una brusca flessione
alla fine degli anni '70, fino a giungere agli attuali 800 occupati. Tale ridimensionamento,
realizzato anche attraverso l'uso massiccio della cassa integrazione, è stato il segno
della ristrutturazione che aveva investito l'industria in quegli anni: nel 1962
era stato chiuso il reparto Betanaftilamina e nel 1972 si chiuse anche il reparto Basi.
Nel frattempo furono avviate iniziative quali la formazione di una commissione di studio
sulla tossicità e cancerogenicità di tutti i composti chimici presenti all'ACNA; iniziative
però che fornirono dati decisamente discutibili, in quanto a fronte di molte sostanze
a caratteristiche tossicologiche sconosciute, vi sono moltissime sostanze a cancerogenicità
e tossicità nota e in relazione alle quali nessun intervento di prevenzione primaria
viene avviato; la commissione, inoltre poteva accedere alle informazioni indispensabili
(banche dati, notizie tossicologiche, ecc...) solo attraverso il filtro della Montedison.
Nel 1977 venne avviato dal tribunale di Savona un procedimento giudiziario contro l'ACNA
per i casi di morte per cancro alla vescica, circa di una quarantina di casi. Il processo
si concluse nel 1984 con una lieve condanna per omicidio colposo a due dirigenti su dieci
inquisiti. Il sindacato, cui era stata ammessa la costituzione quale parte civile,
si ritirò dal processo dietro il compenso di 50 milioni di lire, così come i familiari
delle vittime uccise dalla neoplasia professionale. Nel 1979 esplose il reparto Cloruro
di Alluminio, provocando due morti. In quegli anni la produzione dell'ACNA era rivolta
agli intermedi organici per prodotti chimici, denaturati per solventi, ausiliari per gomma,
intermedi per farmaci, prodotti veterinari, ausiliari per resine poliuretaniche,
additivi per glicole, prodotti inorganici.
Si giunse infine agli anni ottanta con rinnovate iniziative di protesta e denuncia.
Nel 1985 le Associazioni naturalistiche della Valle Borimda inoltrarono alla magistratura
un esposto contro l'ACNA per inadempienza alla tabella C della legge Merli,
mentre l'anno seguente 34 sindaci su 36 della Valle Bormida firmarono un documento
di protesta per il gravissimo e persistente inquinamento del fiume e dell'aria,
documento inviato al Presidente della Repubblica, ai Ministeri competenti,
alle Regioni, Provincie e U.S.L. interessate. Nel 1987 il Ministero dell'Ambiente,
le Regioni Liguria e Piemonte, le Provincie di Alessandria, Asti e Cuneo, oltre 30
comuni della Valle Bormida, alcune Comunità Montane e Associazioni naturalistiche
fra cui la neo-nata Associazione per la Rinascita della Valle Bormida
si costituirono parte civile contro l'ACNA.
Infine sempre nel 1987 la stampa nazionale e locale mise in risalto la notizia
del seppellimento abusivo di oltre 2000 fusti di sostanze tossico-nocive
all'interno dello stabilimento ACNA, e a novembre il Consiglio dei Ministri
riconobbe ufficialmente la Valle Bormida come "zona ad alto rischio ambientale"
con tutti i relativi interventi contenuti nell'apposito decreto firmato
dal ministro dell'Ambiente Sen. Ruffolo.
3b - La valle della morte biologica
Lo stato attuale dell'inquinamento del fiume Bormida
Il riconoscimento da parte del Consiglio dei Ministri della Valle Bormida quale
"zona ad alto rischio ambientale" ha certamente riproposto in modo perentorio
la questione ecologica della terza area più inquinata d'Italia ed ha rinnivato altresì
gli atti accusatori nei confronti dell'Acna C.O.
Il decreto presentato dal Ministro dell'Ambiente il 23 novembre 1987 identifica
la zona ad alto rischio con il bacino del Bormida di Millesimo e di Spigno,
nonché del Bormida unito fino alla sua confluenza con il fiume Tanaro,
considerando così un'area di oltre 200 chilometri quadrati.
Il fiume Bormida presenta tre sorgenti nelle Alpi Liguri, in provincia di Savona:
il Bormida di Millesimo, il Bormida di Pallare e il Bormida di Mallare. Questi due ultimi rami
si uniscono dopo pochi chilometri a formare il Bormida di Spigno, che confluisce
a Bistagno (Al). Il fiume così unito entra a far parte del Tanaro presso Montecastello (Al)
dopo circa 150 chilometri.
Gli insediamenti industriali più significativi che interessano il fiume Bormida
sono quasi tutti concentrati in territorio ligure: sul ramo di Mallare si trovano
lo stabilimento fotografico 3M Italia di Ferrania e la Nord Elettronica di Altare;
sul ramo di Spigno la Vetreria Val Bormida, gli stabilimenti Agrimont (sede di recente
di un grave incidente), Italiana Coke, tutti concentrati intorno a San Giuseppe
e Cairo Montenotte e a Spigno (Al) lo stabilimento delle leghe ferrose Salem;
infine sul ramo di Millesimo vi sono insediati la cartiera di Murialdo
e lo stabilimento Acna-Montedison C.O. di Cengio.
Ritornando al decreto del Consiglio dei MInistri emerge con chiarezza che "il grave stato
di inquinamento del Bormida di Millesimo è dovuto probabilmente, in misura importante,
agli scarichi idrici degli impianti (...) della Soc. Acna, sita nel Comune di Cengio,
la quale nel periodo di magra estiva, coincidente in genere con il periodo
luglio-ottobre, deriva in pratica l'intera portata del fiume per usi industriali"
(la portata naturale del ramo di Millesimo viene diminuita in misura maggiore
del 70% a monte dell'Acna per alimentare una piccola centrale dell'Enel,
sita a Cairo Montenotte).
Acna e altre fonti inquinanti
E' pertanto corretto concentrare l'attenzione sullo stabilimento Acna, benché alcuni dati
rilevino che 1/3 dell'inquinamento delle acque del Bormida di Millesimo sia riscontrabile
a monte dell'azienda chimica stessa.
Lo stabilimento della Società Acna è collocato sulla parte interna terrazzata
di un'ansa del Bormida di Millesimo, caratterizzata da depositi alluvionali. Dopo
il suo insediamento lo stabilimento si è esteso gradualmente nei decenni,
regolarizzando il terreno con terre di rifiuto, occupando così tutta l'area
fino a deviare il corso del fiume verso Ovest, allargando l'ansa naturale,
colmando sino alle quote di utilizzo. Si può quindi dire che fino al 1980,
l'Acna ha utilizzato l'area in oggetto per smaltire i propri rifiuti.
Di conseguenza si può rilevare che: i rifiuti posti sopra i terreni alluvionali
ghiaiosi cedono le acque piovane alle ghiaie stesse, che a loro volta
hanno favorito e favoriscono il flusso verso il Bormida del carico inquinante
sovrastante; i terreni alluvionali, infine, dopo molti decenni di tale situazione,
sono divenuti essi stessi un rifiuto.
I rifiuti solidi industriali
I rifiuti solidi, di cui poco si conosce comunque sullo smaltimento e la destinazione a discarica,
ammontano a circa 70.000 tonnellate/anno e sono composti dai fanghi del depuratore
(17.000 tonnellate/anno) e dagli scarti di lavorazione.
L'impatto ambientale dell'Acna è riconducibile ai tradizionali tre veicoli: aria, acqua, suolo.
Le emissioni atmosferiche sono solo parzialmente caratterizzate dai processi combustivi
(ossidi di azoto, di zolfo, polveri), mentre la maggior parte del carico inquinante fuoriesce
dai più di 100 camini presenti, nei quali vanno a confluire tutte le produzioni
dello stabilimento, per lo più intermedi per coloranti, per farmaceutici e per prodotti
agricoli e comunque rappresentati da sostanze organiche di sintesi. Esiste comunque
una mancanza di conoscenza delle produzioni globali, dei passaggi cioè che caratterizzano
il processo prodotti iniziali - prodotti intermedi - prodotti finiti. I prodotti
intermedi inoltre possono essere riutilizzati per ulteriori produzioni tramite impianti
di recupero, che molto spesso vengono spacciati per impianti di abbattimento,
con la triste conseguenza di un aumento considerevole delle emissioni aeree inquinanti
(ciò che non viene recuperato, infatti, fuoriesce direttamente dai camini).
Il monitoraggio
Il maggior problema, comunque è rappresentato dalla quasi impossibilità di ogni forma
di monitoraggio essendo presente un numero così elevato di camini in cui, tra l'altro,
le varie emissioni gassose possono essere mischiate, inficiando una prima ricerca
qualitativa delle emissioni.
Il problema più grave comunque è quello della depurazione delle acque reflue di scarico.
Fino al 1985 l'idea era di trasportare gli scarichi da trattare tramite condotta al depuratore
consortile di Savona in costruzione; in seguito l'Acna optò per la dotazione di un proprio
depuratore biologico entrato in funzione nel 1986. L'impianto biologico si è comunque dimostrato
completamente inadeguato. L'Acna dichiara di scaricare secondo i limiti previsti
dalla tabella A della legge Merli. In primo luogo, però, l'Acna scarica sostanze
che nella tabella A non sono neppure indicate e rispetto alle quali nessuna
regolamentazione è prevista. Inoltre tutto il fiume viene utilizzato dall'azienda
e quindi va a coincidere con il fiume stesso. Le acque che escono a valle
dello stabilimento non sono pulite, bensì inquinate, proprio perché, benché
entro i limiti della legge Merli, non riescono ad essere diluite da un fiume che non c'è.
Il grado dell'inquinamento indicato come "morte biologica" perdura così fino almeno a Bistagno
dove si ha la confluenza del Bormida di Spigno e successivamente dei torrenti Erro e Orba.
Infine i torrenti alluvionali del fiume sono pregni di sostanze inquinanti cosicché
quando il fiume aumenta la portata, alimenta le falde in profondità, inquinandole,
e ciò avviene in ragione della presenza dei terreni alluvionali permeabili,
le cui dimensioni in ampiezza di superficie e spessore aumentano da monte a valle.
Queste, per concludere, "
sono le ragioni, forse non tutte, per cui nel Bormida di Millesimo
non vive più nulla: oltre 20 chilometri a Valle di Cengio non si trova un pesce,
né alcuno di quei microrganismi che pure riescono a sopravvivere in presenza di elevate
concentrazioni di inquinamento. Persino la vegetazione delle sponde del fiume
è fortemente ridotta. Ma questa è solo una parte degli effetti inquinanti,
la più evidente: un dato di fatto è l'accresciuta incidenza dei tumori
nell'area che gravita intorno al bacino del Bormida" (Piero Belletti -
Pro Natura
Piemonte), Si ricordano innanzitutto i casi di morte per tumore alla vescica
ed inoltre allarmanti percentuali dei tumori all'apparato respiratorio
e alla mammella, delle nascite a rischio e perfino della mortalità neo-natale.
Tali dati, inoltre, divengono ulteriormente allarmanti confrontando tra le aree
campione all'interno della Val Bormida, i Comuni industrializzati e quelli rurali.
Il breve panorama della situazione attuale della Val Bormida e dell'Azienda Acna C.O.
termina qui; occorre ora comprendere da dove si vuole cominciare per risolvere
tale questione ecologica, a cosa si vuole mirare, attraverso quali processi di studio,
di disinquinamento, di sviluppo e di produzioni. (...)
3c - Una situazione che va migliorando?
Pianificazione territoriale ed occupazione
Pur prescindendo dalla situazione coinvolgente l'ACNA e la sua chiusura,
per breve termine, situazione che si mostra molto dinamica e altresì confusa,
occorre cercare di osservare e riflettere sul tanto prospettato ripristino
ambientale della Valle Bormida. Tale recupero invocato da decenni,
reso possiblie dallo ormai famoso decreto ministeriale del Novembre 1987,
deve passare inevitabilmente attraverso un accurato studio di Pianificazione
Territoriale, la quale non può prescindere da valutazioni globali
riguardo sia gli aspetti socio-economici e di produzione, sia riguardo
tutte le valenze ambientali.
Uno studio parziale del problema porta inevitabilmente a considerazioni errate
e a volte perfino faziose.
La singola valutazione del fattore ambientale e sanitario è spesso legittima
e non imputabile di mala fede, poiché il fortissimo degrado di una Valle
si è attuato e si sta tuttora attuando a scapito della salute dei valligiani
stessi, che troppo ormai hanno patito forme tumorali diverse e intossicazioni
di ogni genere (anche se nel caso della nube inquinante del 23 luglio,
per i dirigenti della Montedison l'anidride solforosa non è da ritenersi
pericolosa, alla stregua del vapore acqueo).
Questa unica valutazione può però favorire chi ha molto furbescamente compreso
che le situazioni di degrado ambientale rappresentano una notevole fonte di guadagno,
creando magari all'interno delle stesse industrie che fino ad oggi hanno inquinato,
specifici settori per il disinquinamento. E' compito dell'Amministrazione statale
comprendere i pericoli di possibili profitti sconsiderati di privati e gestire
con la massima serietà la bonifica della vallata.
Parziale e a volte pericoloso può anche essere un mero studio del fattore
socio-economico, che troppo spesso passa attraverso il ricatto occupazionale
da parte di industrie alle quali si contrappone (o si affianca) un sindacato
colpevole di inadempienze verso gli operai, di poca lungimiranza e di incapacità
o mancanza di volontà a schierarsi contro chi del ricatto fa un'arma vincente.
Si sente spesso dire che la vocazione della Valle Bormida è di essere un importante
polo dell'industria chimica; la vocazione semmai gliel'hanno acriticamente imposta
da circa un secolo. Non bisogna dimenticare inoltre, che una corretta visione
del problema della produzione deve far riflettere come prodotti quali fitofarmaci,
coloranti e fors'anche armi chimiche, sono pericolosi non solo nell'area di produzione,
ma interessano tutto il nostro territorio nazionale e non. Lo Stato deve quindi
decidere di non essere più produttore di generi chimici altamente pericolosi.
La via per una pianificazione corretta deve quindi riuscire ad eludere
la pura e semplice volontà di un profitto privato.
Il discorso sembrerebbe utopistico, ma nel caso quanto mai deteriorato della Valle Bormida,
che per decenni ha piegato il collo sotto al profitto più sconsiderato,
si impone drasticamente. Il dualismo vero allora è proprio questo, fra profitto privato
e pianificazione territoriale corretta e non tanto fra ambiente ed occupazione,
dualismo che sembra creato "ad arte" da chi può avere uguali benefici
(vantaggi economici) sia dall'inquinamento che dal disinquinamento.
In quanto al problema occupazionale si è voluta diffondere parecchia confusione
fra la gente e gli operai in particolare: contrapporre la salute dell'ambiente
e dell'uomo all'occupazione, significa non aver compreso che è possibilissimo
poter operare in moda da salvaguardare entrambi in un'ottica unitaria.
E' evidente che una fabbrica come l'ACNA per sopravvivere sul territorio
e a scapito di questo, ha dovuto sacrificare posti di lavoro assai importanti
in agricoltura (da qui le proteste dei contadini mai ascoltate), ha inibito
possibilità di introdurre altre lavorazioni sia agricole che industriali
(di un genere diverso, pulito e compatibile), ed ora minaccia di compromettere
altre attività presenti nella vallata, di natura agricola, frutticola e turistica.
Si potrebbe valutare il tutto nell'ordine delle migliaia di posti di lavoro.
Si dirà che questo è esagerato, ma una siffatta convinzione potrà essere mantanuta
solo da chi non sa, o non vuole addentrarsi davvero nelle possibili soluzioni
offerte da una pianificazione corretta dei fattori socio-economici e produttivi.
Possiamo sostenere questo oggi a maggior ragione, se teniamo conto del possibile utilizzo
delle troppo poco conosciute 'tecnologie intermedie', quale fattore di sviluppo compatibile
con l'ambiente (di cui verrà fatto un approfondimento in seguito).
Il problema quindi non sta nella mancanza di posti di lavoro, ma nella mancanza
di conoscenza o di volontà da parte degli operatori locali, quando non sia più appropriato
parlare di interessi contrari alla realizzazione del benessere pubblico.
Per costoro sembra che sia realizzabile solo ciò che già esiste e non sembra
loro importante, o conveniente, studiare obiettivamente altre forme occupazionali
che non siano necessariamente lavoro salariato dipendente.
L'Associazione per la Rinascita della Valle Bormida ha iniziato uno studio
sulle possibilità produttive offerte dalla Vallata e sarebbe importante per tutti
conoscerlo ed approfondirlo, distruggendo quei pregiudizi perduranti
che poggiano sull'arcaica concezione di un mondo sorretto dall'industria chimica.
Ma se è vero che inquinamento esiste a tutti i livelli (atmosferico, idrico, solido)
è doveroso altresì affermare che la radice di tutto ciò sta in una grave forma
di inquinamento politico, scientifico, informativo ed educativo,
campi questi tutti atrraversati da un unico vero scopo cui tendere:
il profitto e anzi il profitto di pochi, a scapito di quei tanti
che li difendono ingenuamente.
Sarebbe ora invece di iniziare a gestire il territorio anche a livello produttivo,
in forme più globali che tengano conto delle sue reali vocazioni e del parere dei suoi abitanti.
Nessuno vuol 'tornare indietro', ma andare avanti in questo modo significa saltare nel vuoto,
sapendo di che morte si morirà.
Riteniamo corretta, quindi, la decisione dei cittadini valbormidesi
di organizzare momenti di conoscenza e di rivendicazione dei propri diritti alla salute,
al lavoro pulito ed alla partecipazione alle scelte territoriali.
Continuo con la trascrizione dei miei interventi 'paleolitici', ai quali come sempre
avrei, oltre a qualche concordanza di vedute - con me stesso - oggi cose da obiettare.
4- A proposito dell'ACNA...
{di Marco Sicco - Associazione Rinascita Valbormida sez. Liguria.
Intervento letto a un Incontro in Valle Bormida nel febbraio 1989}
Il 5 marzo 1988 a Cortemilia in occasione del
Convegno sul progetto rinascita della Valle Bormida,
restai piuttosto impressionato dal lungo elenco di sostanze tossiche presenti nel fiume Bormida
che uno dei più attivi analisti piemontesi scandiva con tono apparentemente neutrale,
in realtà giustamente polemico, forse ironico.
A ben vedere non ci sarebbe stato bisogno di fare alcun tipo di analisi
per dimostrare il livello di grave intossicazione da inquinanti
in cui versa (sembrerebbe da sempre) il fiume Bormida soprattutto
a valle di Cengio: ogni persona con sufficiente senso critico
scopre da sé, attraverso un rapido esame visivo ed olfattivo
che quell'acqua non è da assaggiare e neanche da toccare.
Ma la nostra dimensione "civile" ci impedisce di prendere atto
di ciò che è
troppo ovvio, e così i "tecnici" di turno ci rimpinzano
di "dati oggettivi" scannandosi fra loro circa differenze irrilevanti
dal punto di vista pratico e dimostrando due cose: una, quanto è facile
truccare i dati per evidenti motivi di autosvendita professionale
(a vantaggio degli inquinatori); due che anche il dare una onesta dimensione
numerica all'ovvio non è sufficiente per contrastare i soliti interessi
di natura economica.
Non voglio qui neanche tentare di ricollegarmi alla differenza fondamentale
tanto ben delineata dal solito Ivan Illich (
H2O e le acque dell'oblio - Macro Edizioni 1988)
fra il senso primordiale perduto di acqua come bene pubblico e mitologico
ad un tempo, contrapposto all'attuale concetto di fredda H2O (clorata)
ridotta a
scarico di gabinetto riciclato e come tale entrata a far parte
dell'inconscio collettivo nell'uomo del "benessere" e delle "fognature
dentro i fossi"... Questo ci porterebbe troppo lontano, ed anche
alcuni ambientalisti un po' abitudinari si sentirebbero minacciati
nella loro dimensione quotidiana deodorata dagli immancabili
bagno-schiuma e detergenti indispensabili per nascondere
le novecentesche
nevrosi di massa da virus e da igiene e profilassi.
Voglio invece augurarmi che la gente tutta, tecnici e politici
compresi, reimparino ad usare se stessi in una dimensione globale
non troppo raziocinante che dia spazio anche a quella dignità
emotiva e soggettiva, che comunque se ne pensi, fa parte
a buon diritto della pesonalità di ognuno (o lo dovrebbe)
e che rappresenta a quanto si dice uno dei pilastri su cui
si fonda la speranza di non dover finire ammazzati e avvelenati
da "orde di fanatici" del raziocinio (tanto più fanatici
quando si tratta di dimostrare la convenienza pubblica
di quel che al massimo è miope vantaggio privato, o quando
si tratta di tacciare di "emotività" quel che invece
è presa di coscienza).
E voglio anche augurarmi che coloro che coltivano in se stessi
sensibilità, fantasia e senso pratico abbiano voglia, in un momento
di così grande emergenza, di sottrarre se stessi e gli altri
alla "bocca dei pescecani" attraverso il pur modesto contributo
che ognuno di noi può dare, e cioè la partecipazione,
ovvero la
non indifferenza agli appelli accorati che sempre più
persone (anche fra tecnici e politici) lanciano quotidianamente
per mezzo dei numerosi canali di contro-informazione
nel nome della vita.
Proviamoci quindi a
salvare il salvabile (credo sia ancora molto)
nella Valbormida, nel Mar Ligure e nelle
veramente sacre sorgenti
sparse qua e là.
Per raggiungere questi scopi c'è davvero bisogno di tutti.
5- Intrecciare i Movimenti Eco-pacifisti
{di Marco Sicco per l'Associazione per la Pace
e per l'Associazione Rinascita Valbormida sez. Liguria,
Intervento scritto per il Seminario "Disarmo, ambiente, sviluppo:
una prospettiva comune", Roma, 1 ottobre 1989.}
Mi sembra oramai inevitabile affrontare il problema di come intrecciare fra loro movimenti,
come quelli ecologisti e pacifisti in particolare, che si riallacciano tutti quanti,
che lo si ammetta o no, a cause comuni di squilibrio ambientale e socio-economico.
La mia esperienza, seppur limitata, attraverso entrambi gli orientamenti di azione,
mi porta a concludere che oggi le nostre energie vengano diluite da una mancata
o distorta comprensione delle radici dei nostri squilibri, e che spesso sono futili motivi
(di fronte alla gravità della situazione), a dividere fra loro movimenti che invece uniti
(o intrecciati), potrebbero dare una ben più efficace risposta alle emergenze del momento.
E' ora di confrontarsi apertamente, senza remore di tipo campanilistico; è ora di accogliere
ogni contributo con la massima attenzione e di cominciare a ripensare alle nostre attuali
abitudini sociali per modificarle verso una dimensione più conviviale. Se è vero che dobbiamo avviare
o proseguire i processi del disarmo sul nostro pianeta, altrettanto dobbiamo fare
nelle nostre relazioni personali e sociali, attuando una sorta di disarmo unilaterale,
psicologico e dialettico, nei confronti dei nostri "nemici" politici e culturali.
Attualmente, purtroppo, sembra invece prevalere la modalità opposta a quella descritta,
anche tra parecchi fautori delle tematiche eco-pacifiste, col risultato di rendere
inutilizzabile il valore prezioso delle differenze e delle varietà.
In particolare si dovrebbero affrontare quei temi che rappresentano le forme dell'attuale
disgregazione socio-politica; ecologia della politica, ossia diversi modi di affrontare
politicamente i temi centrali degli attuali squilibri; piccole e grandi responsabilità
di individui e soggetti sociali nell'attuale processo autodistruttivo; limiti di un tipo
di società troppo razionale e burocratica, troppo accademica e lineare per poter pensare
le nuove politiche e la nuova economia a misura d'uomo secondo una concezione globale.
Particolare risalto si dovrebbe dare alla ricerca sulle tecnologie appropriate
(come viene fatto dal GRTA di Cesena ...

),
smettendo di considerare "neutrale" la tecnologia
utilizzata da una data società, traendo invece le considerazioni politiche
connesse alla scelta dell'una o dell'altra possibilità tecnologica. Noi viviamo in una società
tecnocratica, come diceva Mumford, e cominceremo a cambiare questa società
soltanto se a partire dalle piccole scelte quotidiane inseriremo un nuovo elemento
di discriminazione per scartare quelle tecniche od oggetti tipici di un'economia consumista
e qualunquista sull'onda del mito americano "usa e getta", che mentre
arricchisce le classi agiate, penalizza gravemente il Sud del mondo.
Vi sarebbero molte importanti argomentazioni per dimostrare che ecologia e pacifismo
devono viaggiare insieme, e prima fra tutte, la lotta comune alla forma verticistica
che oggi caratterizza la realtà politica un po' dappertutto e che determina allo stesso modo
le attuali scriteriate scelte produttive e militari, territoriali e commerciali.
I movimenti eco-pacifisti dovrebbero inoltre prestare grande attenzione
alle componenti femminili, la cui più interessante qualità è (o dovrebbe essere)
quella di intendere politica, vita, società ed economia in una relazione meno rigida
e schematica, più ricca e fantasiosa, meno razionale e più intuitiva, quindi più umana.